Tra il 18 e il 20 maggio 1910 la cometa di Halley fece un passaggio ravvicinato alla Terra e che fu da molti interpretato come un annuncio funesto. Per Giovanni Pascoli riempiva di pianto il cielo de’ mortali/e sangue rosso piove, / nella penombra, a man a man che sali. Aleksandr Blok ammoniva: Tu ci vai minacciando l’ultima ora e nel suo Diario Lev Tolstoj si convinse che stesse «per catturare la Terra, annientare il mondo». In quel momento Egon Schiele (1890-1918), appena ventenne, era nel pieno della sua maturità creativa in una Vienna dove si avvertivano gli scricchiolii dell’impero asburgico e si discuteva della frammentazione tra conscio e inconscio. Un mese prima del passaggio di Halley, il 20 aprile 1910, Sigmund Freud aveva organizzato un convegno per analizzare la ragione dei sempre più numerosi suicidi, in particolare giovanili. Chi non soccombeva reagiva al disagio con il bisogno di consumare la vita fino all’ultima goccia, attraverso l’esercizio attivo o contemplativo dell’arte e la libertà sessuale affrancata dalla religione. Schiele pescò in entrambi i serbatoi, destando scandali con il concubinato e con la sua arte disturbante, la cui produzione furiosa fino alla morte, appena a 28 anni, fu di centinaia di quadri (quasi 400) e opere su carta (quasi 3mila).
Lo descrive bene il documentario Tabù. Egon Schiele di Michele Mally, scritto assieme ad Arianna Marelli, dove sono assoldati una schiera di specialisti, che vanno dai direttori di museo ai critici d’arte, psicoanalisti, germanisti, scrittori e registi, uniti attraverso la voce di una performer, Erika Carletto, ventenne, come allora lo erano Egon, la sua anima gemella, compagna e modella, Wally Neuzil, la moglie di lui, Edith Harms, e la sorella, Gerti. La bella voce di Carletto si piega in ninne nanne e canzoni del tempo. Tabù è un documentario, cullato dalle musiche originali di Laura Masotto, che cuce in maniera narrativa prospettiva storica, archivistica, analisi e interpretazioni con i disegni di Schiele: disarticolati, distorti, angosciosi e inquieti autoritratti e dipinti di modelle e bambine, bambini, amici, fiori disidratati, case sdentate, in bilico sulla solitudine.
Così era il mondo allora, almeno quello che girava attorno alla potentissima Vienna, fatto di ragazzi che di lì a poco sarebbero morti a milioni di spagnola, come accadde agli stessi Wally (1917), Edith ed Egon (1918). Nella Mitteleuropa morte e vita non erano mai state così vicine, per questo il genio si esprimeva voracemente e precocemente in Schiele, Kraus, Trakl, Michelstaedter, Kafka. Con lo scrittore praghese il documentario gioca di sponda, mostrando i due artisti a specchio nel loro intento di rottura e nel legame con le sorelle, Gerti per Schiele, Ottilia per Kafka. Con Gerti, appena dodicenne, Egon, diciasettenne, visita Trieste, che ha le stesse stimmate di Vienna. «Trieste ha una delle percentuali più alte di pazzie e suicidi d’Europa», annota al tempo Bobi Bazlen. Le trincee della Grande guerra presto circonderanno la città Bianca a pochi chilometri dai suoi eleganti caffè.
Egon si automacera tornando alla propria infanzia di bambino non amato dalla mamma, dipingendo Madre morta, nel cui grembo c’è un feto colorato del tutto incolume dal nero che circonda l’utero. E soprattutto c’è la sessualità, esposta in una dimensione geometrica, esibita e disinibita. Il padre di Egon, capostazione – da cui aveva ereditato l’ossessione per la puntualità – era morto di sifilide quando lui non aveva ancora cinque anni, tra deliri e terribili tormenti. Così, per Schiele, il sesso non è solo tabù da combattere, ma anche strumento rivelatore dello “scarto” interiore. Spesso i suoi soggetti umani sono visti dall’alto, dalla prospettiva imparata con l’osservazione della geografia contorta di Krumau (oggi Český Krumlov in Repubblica Ceca), il paese natale della madre, dove si ripara «per sfuggire all’invidia dei colleghi». Gli manca l’ambiente campestre in cui è cresciuto (Tulln), sente il bisogno di abbandonare il cemento per abbracciare la Natura. Poi parte soldato per Praga. A seguire l’enorme esercito non sono solo mogli e crocerossine, ma anche una grave epidemia di encefalite letargica (malattia del sonno) che si sviluppa in Austria e si diffonde in tutto il mondo fra il 1917 e il 1927, colpendo quasi cinque milioni di persone soprattutto tra i 5 e i 30 anni. Ne possiamo leggere nel capolavoro di Oliver Sacks, Risvegli (Adelphi, 1987) sulla terapia con L-dopa che permise di curare i pochi sopravvissuti.
A vederla da un punto di vista teleologico fu quasi una forma di svenimento collettivo giovanile per il troppo orrore. Gli inizi dei secoli fanno strani scherzi ai ragazzi: c’è un impressionante parallelismo tra la generazione di Schiele e la Generazione Zeta di oggi. A parte la sessualità, per cui non sembrano avere interesse (Matteo Lancini, Sii te stesso a modo mio, Cortina, 2023, Cosa serve ai nostri giovani, Utet, 2025), i ragazzi si distruggono di autolesioni, problemi alimentari, gravi stati d’ansia. Per fortuna la cometa di Halley passerà vicino alla Terra nel 2061.
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