Il Safari umani a Sarajevo: se questi sono uomini

Pordenone. Al Docs Fest il film di Miran Zupanič sulla rete di stranieri che
pagavano per sparare contro i civili in Bosnia. Oggi la procura di Milano indaga sulla base delle testimonianze del documentario e di quelle raccolte da Gavazzeni
Tra il 1993 e il 1995 centinaia di stranieri arrivarono a Sarajevo, la città assediata dal 1992 al 1996 durante la guerra nell’ex Iugoslavia, pagando cifre importanti per prendere, a pagamento, il posto dei cecchini serbi contro civili inermi. C’era un listino prezzi: le vittime più costose erano i bambini, poi, donne e anziani. Assaporato il frisson, i turisti di guerra tornavano a casa via Belgrado o Trieste, da dove erano partiti.
È Miran Zupanič, regista sloveno che ha vissuto l’implosione del suo Paese (è nato nel 1961), a ricostruire la vicenda nel suo film Sarajevo Safari, proiettato alla XIX edizione di Pordenone Docs Fest , assieme a un lodevole retrospettiva a 30 anni dalla fine dell’assedio della capitale bosniaca. Il documentario fa luce su una vicenda, a lungo bollata come leggenda, su cui da novembre scorso indaga la procura di Milano con la collaborazione di autorità francesi, svizzere e belghe. L’inchiesta si basa sulle prove raccolte da Zupanič e dal giornalista e scrittore Ezio Gavazzeni nel libro I cecchini del weekend (PaperFIRST, pag. 288. € 18,50, ora in libreria), secondo cui gli italiani coinvolti sarebbero 230 su 500 “clienti”. Per ora, ci sarebbe un ottantenne italiano indagato per omicidio.
Il compito, impervio e riuscito, del documentario è quello di ricostruire la vicenda con una insperata, accurata e testarda corrispondenza tra immagini e testimonianze, poggiandosi sul fatto che quella fu la prima guerra, grazie all’avvento di nuove tecnologie, a essere largamente videodocumentata.
Il regista è riuscito a reperire “materiale” registrato dentro Sarajevo e sul fronte bosniaco e serbo e si legge come una specie atto d’accusa per immagini. La tesi del regista è che il principale responsabile dell’idea del “cecchino per un giorno” sia dell’esercito della Repubblica Srpska, visto che gli “ospiti” sparavano dalle loro linee, come il quartiere di Grbavica, anche titolo di un magnifico film di Jasmila Žbanić, in italiano Il segreto di Esma, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2006.
Il film si costruisce su due testimonianze chiave. La prima è quella di una gola profonda, ritenuta attendibile da produttore e regista, di un soldato sloveno che nel film appare con il volto oscurato. Costui, che a Lubiana è noto, racconta la sua esperienza con i visitatori a pagamento e afferma di essersi rifiutato di sparare. L’altra, è quella di Edin Subašić, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, che spiega la logistica per i clienti del safari e di come il Sismi e il Sisde fossero stati avvisati, limitandosi a dichiarare che il fenomeno era stato “neutralizzato”, senza avviare inchieste penali. Poi, i racconti delle vittime: Stana e Samir Ćišić, che hanno perso la loro bambina di un anno, Irina, nel 1993, colpita mentre giocava accanto alla madre. L’altro, di Faruk Šabanović, ridotto da una pallottola alla sedia a rotelle, in quello stesso anno. Studente di fisica, era appena uscito dalla facoltà per godersi la prima giornata di primavera durante un cessate il fuoco. Davanti alla macchina da presa, si esprime in una dissertazione filosofica pacificata e viva sulle imperscrutabili ragioni della malvagità. Mentre Šabanović parla, vengono mostratele immagini del ferimento, ripreso per caso da una videocamera: si riconosce il suo volto, allora quasi infantile, in una completa resa. E il seguito: lui intubato in ospedale con altri ragazzi che hanno subito la stessa sorte. Oggi Šabanović è un regista che unisce l’animazione tradizionale, quella digitale con le riprese dal vivo. Con Amela Ćuhara nel 2017 ha diretto Birds like us, libero adattamento animato della poesia del persiano Attār Nīshāpūrī, La conferenza degli uccelli, per cui Peter Gabriel ha composto appositamente Everybird.
A dare l’abbrivio a Sarajevo Safari è stato il produttore del film, Franzi Zajc, che si è affidato a Zupanič, autore di molti lavori sulla ex Iugoslavia, tra cui Run for Life, che, nel 1990, l’anno prima dell’inizio della guerra, aveva indagato su Goli Otok, la più dura prigione politica del Paese guidato da Tito. Il documentario è ora disponibile in streaming sulla piattaforma OpenDDB (openddb.it).
Le immagini sono durissime ma necessarie. E ora la giustizia faccia il suo corso.