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Loznitsa punta il dito contro il Cremlino e ricorda l’innocenza di Sentsov, in fin di vita in carcere, a 4 giorni dai mondiali

Mosca e il cinema ribelle
Sarebbe buffo se fosse proprio il cinema, l’arte su cui in passato Mosca ha investito con forza per usarla come arma di propaganda e di educazione delle masse, a infliggere alla Russia, a quattro giorni dall’inizio dei Mondiali di calcio, una delle più dolenti sconfitte di immagine dopo il caso Politkovskaja. In carcere a Labytnanghi, negli Urali, in precarissime condizioni di salute per uno sciopero della fame, iniziato il 14 maggio scorso, il regista ucraino Oleg Sentsov continua a ribadire la propria innocenza, chiedendo di essere liberato assieme ad altri 64 prigionieri politici ucraini. Sentsov – condannato nel 2015 a vent’anni di prigione con l’accusa di pianificazione di atti di sabotaggio e terrorismo, dopo aver manifestato contrarietà all’annessione russa della Crimea con il referendum del 2014 – conta sulla vetrina mediatica sportiva visto che il Cremlino nel 2014, alla vigilia delle Olimpiadi di Sochi, aveva liberato Mikhial Khodorkovsky. «Sentsov sta per essere trasferito in una prigione ribattezzata “cenere”, un nome che è tutto un programma, nella regione siberiana della Jacuzia, a più di settemila chilometri dalla Crimea, in condizioni climatiche terribilmente severe», spiega Sergei Loznitsa, regista ucraino, che tre settimane fa a Cannes ha vinto il premio per la regia nella sezione “Un certain regard” per il film Donbass, ambientato nell’omonima regione industriale ucraina, lungo la frontiera con la Russia, da quattro anni area di guerra. «Ci sono almeno altre cinque persone del mondo dello spettacolo, del tutto innocenti, detenute in prigione. Una di queste, Kiril Serebrennikov, noto per i suoi film e spettacoli satirici, non ha potuto raggiungere Cannes, dove concorreva il suo Leto, perché condannato a cinque anni di carcere per frode. Putin ha risposto all’appello in favore del rilascio del regista – sostenuto da Pedro Almodóvar, Wim Wenders, Ken Loach, e perfino dal filogovernativo Nikita Michailkov ndr -, replicando di non poter intralciare l’indipendenza della giustizia. A questo annuncio in sala la gente è scoppiata a ridere. È una tal tragedia che finisce per rasentare la commedia».


Classe 1964, una laurea in matematica applicata al Politecnico di Kiev, Loznitsa alterna una sostenuta produzione documentaristica a opere di finzione di carattere politico, come My Joy (2010), racconto degli abusi di potere e della violenza in Ucraina attraverso la parabola di un tassista, e Anime nella nebbia, premio Fipresci nel 2012 a Cannes, in cui un uomo viene accusato ingiustamente di collaborazionismo durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 2013 e il 2014 il regista aveva collocato a Kiev, a piazza Maidan (che ha dato poi il nome al documentario, di cui ha parlato già «Domenica» il 23 novembre 2014, a pag. 24), una macchina da presa che ha registrato dal principio gli atti di protesta e le scaramucce che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Janukovič nel 2014. «È stato un evento importante, una dimostrazione spontanea e teatrale in cui si è capito che in Ucraina c’è gente pronta a dare la vita per l’indipendenza del proprio Paese». Donbass è un’opera di finzione, divisa in capitoli, sarcastica e amara sulla tragica situazione del Paese. Vi è la storia di un manager cui è stato sottratto un suv, che, avvertito dalla polizia del ritrovamento dell’auto, è costretto a donarla ai rivoluzionari; quella di un giornalista tedesco che viene accusato di fascismo perché i suoi genitori o nonni probabilmente lo erano; quella di un individuo, esposto alla folla con l’accusa di essere un traditore, su cui la gente sfoga dolore e frustrazione: «Per quell’episodio ci siamo basati sul video di un soldato dell’esercito ucraino, catturato e sottoposto a una pubblica esecuzione organizzata, che si è trasformata in linciaggio. In realtà non siamo neppure sicuri che si trattasse di un soldato. Un caso che mi ha ricordato la performance di Marina Abramović, quando, espostasi nuda al pubblico, qualcuno ha tentato di tagliarla con un coltello. Ci sono fenomeni assurdi che diventano normali, quando la società è malata». La tecnologia ha poi esasperato l’insensatezza di gesti estremi attraverso la possibilità di filmare, condividere e spettacolarizzare qualsiasi evento, fino a perdere completamente il senso della dignità e dell’umanità. Loznitsa lo ha raccontato anche nel documentario Austerlitz (2016), il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore tedesco W.G. Sebald (Adelphi, 2001), in cui con inquadrature fisse e lunghi piano sequenza ha ripreso lo sciame dei turisti nell’ex campo di concentramento di Sachsenhausen, intenti a fare selfie davanti all’orrore e allo sterminio.

«Il cellulare ci mette di fronte a una situazione assolutamente nuova, che ci rende testimoni di nefandezze, senza far nascere in noi alcuno scrupolo morale, come se il fatto di guardare ci esonerasse dalle nostre responsabilità. Nel film c’è una scena in cui a una coppia di novelli sposi viene offerto in dono il filmino dell’esecuzione di un prigioniero. Il passo successivo è quello di portare il prigioniero alle nozze». In Donbass non si capisce chi siano i buoni e chi i cattivi. «Quando ci confrontiamo con un conflitto che è causato dall’intervento di una forza straniera, ma allo stesso tempo si è trasformato anche in guerra civile, per un estraneo è molto difficile distinguere e capire chi combatte contro cosa. Non ho voluto appositamente aggiungere le didascalie per rendere manifesto lo stato di umiliazione, degrado e disintegrazione umana e civile dell’Ucraina. Quando, sotto Stalin, nel 1930 iniziò il periodo delle purghe, molti carnefici si trasformarono in vittime. Chi commissiona un delitto ha bisogno di chiudere il cerchio, rimuovendo i testimoni dei crimini. Ed è ciò che sta accadendo ora in Ucraina».
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Cristina Battocletti