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Il diavolo mette la coda nella letteratura: il piacevole libro di Paolo Maurensig

Goethe non avrebbe mai potuto immaginare di scaldare il nido al demonio, fermandosi accidentalmente a dormire un paio di secoli fa nel paesino svizzero di Dichtersruhe; men che meno che quest’ultimo si infilasse nei panni di un editore, mestiere che proverbialmente non incontra i lauti guadagni di cui il maligno è ghiotto. In questo paesino, strozzato nelle gole delle montagne e baciato solo d’estate dall’allegria degli alpinisti in vacanza, è ambientata l’ultima opera di Paolo Maurensig, Il diavolo nel cassetto. Ma né il sommo poeta tedesco, che dedicò una vita alla lotta tra dio e mefistofele nel suo Faust, né satana, sotto le spoglie di Bernhard Fuchs, sono i protagonisti di questo racconto lungo dell’autore goriziano. Piuttosto lo è la vanagloria letteraria, alimentata dall’invidia, covata fino ad allora di nascosto dai cittadini, ispirati dal passaggio di Goethe. Maurensig da subito confessa di attingere a una storia altrui, obbedendo a un topos che ha decine di esempi in letteratura, da Le incredibili avventure al di là di Tule di Antonio Diogene a Il nome della rosa di Umberto Eco, passando per l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki. Da questo espediente si dipana un gioco di sponda tra il manoscritto e le note dell’autore, che tiene abilmente legati i diversi tavoli in cui si svolge la trama. Subito dopo il narratore compare infatti la figura del giovane Friedrich, aspirante scrittore, spedito dallo zio editore a un congresso di psicoanalisi a Kusnacht, dove visse e si spense uno dei padri della dottrina, Karl Gustav Jung. L’entusiasmo del ragazzo, che ha il compito sondare la bontà degli interventi dei relatori per inserirli in una collana di nuovo conio, è funestato da un presagio infausto. Sulla strada che lo porta al convegno, Friedrich scorge un uomo dall’aspetto sinistro e deforme, intento a spandere sul terreno un tritume rossastro, che gli fa un cenno minaccioso di allontanarsi. È l’unico modo per tenere lontane le volpi rabidiche, gli spiegherà una figura in abito talare che lo sorpassa con agilità. Friedrich scoprirà che costui è uno degli oratori del convegno, padre Cornelius, che espone una tesi, invisa alla platea, secondo cui il demonio si sarebbe “secolarizzato” preferendo un aspetto “normale” alle apparizioni sulfuree, con tanto di fiamme, tridenti, mantelle o code uncinate. Friedrich non è che un pretesto per introdurre padre Cornelius, il quale a sua volta porterà sulla scena Fuchs dal «riso sgangherato, il gesto teatrale, labbra purpuree, affilate, all’insù a mimare un sorriso perenne», gli unici eccessi di un individuo, la cui predisposizione mefistofelica si manifesta nel far inciampare nella propria vanità uomini e donne di Dichtersruhe, ottusi e xenofobi verso chiunque tranne nei confronti dell’editore di Lucerna. In quel sortilegio cadono perfino il sacerdote decano del paese e il borgomastro; non padre Cornelius che nel cognome dell’editore – fuchs significa volpe in tedesco -, individua subito il collegamento con la malattia della rabbia, che fa emergere l’insopprimibile ferocia dell’essere vivente, la cui allegoria più commovente, seppure nell’aspetto non patologico, è incarnata dal Buck rapito e imprigionato de Il richiamo della foresta di Jack London.Il diavolo nel cassetto è un thriller psicologico, in cui la follia prende la forma della superstizione, mentre nei precedenti – La variante di Lüneburg (1993) e nel (meno riuscito) Canone inverso (1996)- era incarnata dal nazismo. Pesca nella tradizione del romanzo gotico e negli stilemi della letteratura mitteleuropea, che Maurensig padroneggia con l’abilità di una scrittura ricercata, ma non artefatta e con un architettura complessa che si avvale di molti flashback. Basta guardare alla provenienza geografica dell’autore, Gorizia, la stessa del filosofo Carl Michelstaedter, e agli intrecci psicoanalitici. Facile riallacciarsi ai fasti dell’impero austroungarico e alle discese agli inferi che seppe generare sfaldandosi. Un’influenza di cui risentiva già La variante di Luneburg, che trovò pubblicazione proprio nella casa editrice che per eccellenza ospitò gli incubi generati dal crollo della Mitteleuropa, l’Adelphi. Il libro, che ebbe un bel successo di pubblico, narrava l’incontro scacchistico tra un ebreo e un nazista, traendo forte linfa da la Novella degli scacchi di Stefan Zweig del 1941. Una contaminazione cacanica del tutto lecita, visto che Zweig subì a sua volta il fascino de L’uomo matematico del 1913 di Robert Musil in cui si parla della matematica come di «una meravigliosa apparecchiatura spirituale, fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili», meccanismo a cui deve la sopravvivenza e di cui poi rimane vittima il protagonista di Novella degli scacchi. Grazie a queste fondamenta culturali Maurensig riesce a creare trame che catturano il lettore con l’amore e l’ironia per quella meravigliosa avventura che è la letteratura, che può trasformarsi in un’ossessione. C’è da credere che la prima pagina sul destino ingrato dello scrittore, subissato dai manoscritti altrui, abbia ampi margini autobiografici.
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Paolo Maurensig, Il diavolo nel cassetto, Einaudi, Torino, pagg. 120, € 13,50