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10 donne nordcoreane raccontano la loro fuga al Sud in un documentario al Korea film Festival: l’intervista al regista Im Heung-soon

Vestita di fuxia e giallo, una bambolina appare in un cono di luce sullo sfondo nero. Solo in un lento avvicinamento si scopre che si tratta di una donna quasi coperta da un velo d’acqua. Immersione onirica o annegamento? Sul suo volto appare un sorriso enigmatico o l’impronta di una paura paralizzante? In bilico tra il fiabesco, l’horror e la cruda realtà, inizia (e si svolge) Ryeohaeng, documentario anomalo del regista sudcoreano Im Heung-soon, che raccoglie l’odissea di dieci donne nordcoreane sconfinate a Sud in cerca di libertà.

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Il film sarà proiettato il 27 marzo al Korea Film Festival, rassegna, giunta alla 16esima edizione, che si svolge a Firenze dal 22 al 30 marzo, quest’anno particolarmente importante per l’interesse che la Corea del Nord si è ritagliata sulla scena internazionale. Dopo le reciproche minacce di neutralizzarsi a suon di missili nucleari, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Kim Jong-un, terzogenito di Kim Jong-il, guida suprema della Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord, si preparano a incontrarsi. «Sono interessato più ai problemi di politica interna che internazionale e più alle storie personali che a quelle pubbliche», puntualizza Im Heung-soon, vincitore del Leone d’argento alla 56esima Biennale di Venezia con Factory Complex (2014). Nato come artista visivo, vive a Seul, ma ha ormai smalto cosmopolita, abituato a esporre nei maggiori templi dell’arte, dal Pompidou di Parigi, al Lincoln e al MoMA di New York, alla Biennale di Taipei, al National Art Center di Tokyo, solo per citarne alcuni. «Preferisco ragionare sull’idea di isolamento, sul senso di perdita e sulla tristezza insita nella natura umana. Spero che siano temi in agenda anche per i politici statunitensi, nordcoreani e sudcoreani». Divisa dal 1945 all’altezza del 38esimo parallelo, la penisola asiatica visse, tra il 1950 e il 1953, una guerra fratricida iniziata dalla Corea del Nord, con il sostegno dell’Unione Sovietica e della Cina, contro la Corea del Sud, protetta dagli americani. Dopo quasi quattro milioni di morti – sui quali in maniera, al suo solito personalissima, ha ragionato Claude Lanzmann con Napalm (2017) -, arrivò l’armistizio e l’impenetrabilità di Pyongyang. Ryeohaeng racconta il buio che ha congelato il Paese attraverso l’odissea della bambina giapponese, venduta più volte, dopo essere stata affidata dal padre, accusato dal regime di essere una spia, a persone che fuggivano a Sud; attraverso il dolore della figlia di un imbonitore della morte, che declamava le colpe dei condannati al patibolo per attirare il pubblico alle esecuzioni, e che finiva ogni sera ubriaco; attraverso lo stupore di una bambina ricompensata della pulizia quotidiana della statua del Caro Leader con un viaggio nella capitale, dove vede per la prima volta un uomo e una donna tenersi per mano. Le intervistate, per lo più nate tra gli anni Sessanta e Settanta, parlano di una terra oscura di misteri, in cui l’elettricità è presente solo mezz’ora al giorno; di un regime che affama, che priva della libertà, che tortura – come ha testimoniato il terribile Camp 14 di Marc Wiese sui lager nordcoreani -, che educa all’anaffettività e al culto taumaturgico del leader, in grado di far tornare le cicogne nel Paese. «Ryeohaeng è l’estensione di un mio cortometraggio, North Korea Mountain, pensato per una mostra collettiva sul tema della pace e dell’unificazione». Nonostante le crude verità, Ryeohaeng mantiene un’ironia sotterranea negli accostamenti delle immagini ed evoca nostalgia per una natura bellissima e martoriata, divisa in culla, come la luna che appare nelle prime inquadrature, sdoppiata in un’ombra grigia. Spesso ai volti si alternano immagini di radici, di grossi massi, di insetti laboriosi. «La natura è stata conquistata, organizzata, decorata e distrutta dall’uomo nello stesso modo in cui quest’ultimo ha creato steccati tra razze, etnie, ideologie. Tra Seoul e Anyang su una montagna di nome Samsung c’è un vecchio tempio, chiamato Anyang-Sa. Anyang significa “paradiso” nel buddismo. Lì le donne della Corea del Nord sognano di rinascere». Im Heung-soon per denunciare le emarginazioni e riflettere sulla divisione della penisola coreana, usa, oltre al cinema, la fotografia, le installazioni, l’arte collettiva. «Negli ultimi dieci anni il governo conservatore ha redatto una lista nera delle opere e delle persone non gradite e ha censurato le arti e il cinema. Quest’ultimo è riuscito comunque ad evolversi rispetto al passato, soprattutto nell’industria cinematografica indipendente, dove confluiscono anche artisti che provengono da aree attigue. Rispetto ai registi, gli artisti in senso lato hanno il vantaggio di non limitare il proprio modo di lavorare. Per esempio, per Ryeohaeng non ho mai scritto una sceneggiatura definitiva. Solo attraverso il dialogo ho scoperto la forma che avrebbe preso il racconto, seguendo l’indole degli intervistati». La carriera dell’artista sudcoreano negli anni si è focalizzata sulla condizione femminile. Factory Complex sondava attraverso un’installazione video la precarietà del lavoro delle donne in Asia. Reincarnation del 2015, molto celebrata dal «New York Times», metteva a confronto le testimonianze di alcune donne vietnamite sulle atrocità, commesse, e mai ammesse, dall’esercito sudcoreano, con quelle delle iraniane sopravvissute alla guerra tra Iran e Iraq. «Le emozioni e i legami trasmessi da madri e sorelle sono stati più forti di quelle che mi ha tramandato la linea maschile della mia famiglia. Mio padre pensava pragmaticamente al mio futuro, mentre mia madre voleva che io realizzassi i miei sogni. Gli uomini hanno sempre voluto guadagnare e adattarsi alla realtà, mentre le donne combattono. Quando realizzavo progetti artistici collettivi, erano le donne di mezza età a fornirmi la chiave per una visione alternativa. A differenza del mondo maschile, concentrato su se stesso, dicotomico ed estremo, le opinioni delle donne sono diverse e generano riflessioni. Mi sento emotivamente più vicino all’universo femminile e al modo in cui si rapporta al mondo».

dal 22 marzo a Firenze
Si terrà dal 22 al 30 marzo a Firenze il XVI Florence Korea Film Fest, dedicato al meglio della cinematografia sud coreana contemporanea. Al cinema «La Compagnia» (via Cavour, 50r) e in vari luoghi della città sono in programma oltre 40 titoli, in prima italiana ed europea, una mostra fotografica, uno spettacolo di danza e numerosi eventi collaterali.
Info: www.koreafilmfest.com

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