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“Chiamami col tuo nome”: ecco perché il film di Guadagnino si merita l’Oscar

In una pianura estenuata dal calore e dall’esuberanza dell’estate, Lyle (Michael Stuhlbarg), archeologo, e Annella (Amira Casar) Perlman ospitano ogni anno per sei settimane un ricercatore, esperto di arte classica. È una forma di filantropia che la coppia, colta e poliglotta, esercita verso un giovane straniero per permettergli di lavorare con Lyle e di immergersi nella bellezza dell’Italia. Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino riavvolge indietro il nastro del tempo di oltre trent’anni e ci porta nel 1983 in un Paese agreste di bertolucciana memoria (all’amato maestro il regista palermitano ha dedicato nel 2012 un documentario, Bertolucci on Bertolucci), con i balli di piazza, furiose discussioni legate a Craxi e al pentapartito e un’architettura debitrice, sotto il profilo anche paesaggistico, degli innamoramenti geometrici padani di Antonioni.


Siamo infatti in un non meglio precisato luogo del Nord Italia, in cui si riconoscono i contorni e la parlata della campagna cremasca dove vive lo stesso Guadagnino. L’elemento geografico è quello che distanzia maggiormente la pellicola dall’omonimo romanzo di André Aciman (Guanda), da cui il film – sceneggiato da James Ivory, autore di Camera con vista (1986), con Guadagnino e Walter Fasano – è tratto: nel libro infatti la vicenda è ambientata nella riviera ligure. L’americano Oliver (Armie Hammer) è il ricercatore prescelto per quell’anno e si inserisce nella vita dei Perlman con una forma di sfrontatezza, che benevolmente Lyle scambia per informalità, ma che il figlio della coppia, il 17enne Elio (Timothée Chalamet), considera arroganza. Oliver, infatti, non ha alcuna premura di nascondere la propria prestanza fisica e intellettuale, secondo la morigeratezza imposta dall’educazione borghese: corregge Lyle sul suo terreno di conoscenza e funge da catalizzatore della sensualità di ogni persona con cui viene in contatto, maschio o femmina, senza lasciare spazio agli altri. In particolar modo a Elio che si trova, a causa della presenza di Oliver, a misurarsi con la sua identità intellettuale, fatta di musica classica che legge, trascrive e suona al piano e alla chitarra; con le sue radici religiose, l’ebraismo, che i Perlman non esibiscono e che Oliver ostenta portando al collo un ciondolo a forma di stella di David. Soprattutto Oliver lo mette a confronto con la sua sessualità, con l’attrazione per il ricercatore, che fa sbiadire quella per la coetanea Marzia (Esther Garrel).Non è solo per l’aspetto estetico che Chiamami con il tuo nome rievoca Antonioni e Bertolucci; come nei film del maestro ferrarese è sotto traccia un senso di incomunicabilità costante che però non vira nell’introversione pessimistica, ma in una eccitazione esasperata che tiene la storia tesa fino all’ultimo. Inoltre, sul fronte di Bertolucci, il percorso iniziatico di Elio è molto simile a quello di Io ballo da sola (1996). Guadagnino riprende infatti l’incontro fisico tra Elio e Oliver con lo stesso pudore di qualsiasi coppia alla sua prima esperienza. Anche se sottolinea come sia più difficile varcare la soglia dell’omosessualità dovendo fare i conti con un certo moralismo di ieri e di oggi, come mostrano I segreti di Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee Tomboy (2011) di Céline Sciamma, Quando hai 17 anni (2016) di André Téchiné. Il film di Guadagnino è stato ospitato l’anno scorso al Sundance Film Festival e alla Berlinale e ha incassato ottime critiche internazionali: il National Board of Review assieme all’American Film Institute lo ha decretato uno dei 10 migliori film dell’anno. Ha ottenuto tre candidature al Golden Globe e ora quattro nomination all’Oscar come miglior film, miglior attore protagonista (Chalamet), miglior sceneggiatura non originale, miglior brano originale, Mystery of Love, interpretato da Sufjan Stevens.«Lo vedi non per rilassarti ma per essere ferito», ha scritto Anthony Lane sul «New Yorker». Rex Reed sull’«Observer» gli ha dato il massimo dei voti, mentre Peter Debruge su «Variety» lo ha definito «un raro dono» che merita «un posto nel pantheon assieme a maestri della sensualità come Pedro Almodovar e François Ozon». Guadagnino finora ha sempre ottenuto maggior apprezzamento all’estero che in casa, a partire da Io sono l’amore (2009), film di eleganza viscontiana che aveva fatto innamorare l’America, ma aveva lasciato fredda la critica nostrana, nonostante l’eccellenza recitativa di Tilda Swinton. Finora Guadagnino aveva dato mostra – anche con A bigger Splash (2015)- di mescolare tre forti elementi dell’identità italiana – cibo, bellezza, eleganza – in proporzioni che piacevano più oltreoceano che agli italiani, che pur gli hanno sempre riconosciuto la maestria registica e l’abilità a dirigere talenti attoriali internazionali come Swinton, Ralph Fiennes e Dakota Johnson armonizzandoli con i nostri Pippo Delbono e Corrado Guzzanti. E invece, ora in Chiamami col tuo nome le proporzioni sono perfette. Al netto di alcuni dialoghi troppo insistiti e magari “archeologicamente” banali, e delle figure femminili poco interessanti e di contorno, il film di Guadagnino ha in sé il miracoloso equilibrio delle opere che restituiscono un sentimento universale.
– cristinabattocletti.blog.ilsole24ore.com
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