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L’armonia tra bellezza, cibo, eleganza: ecco perché Guadagnino si merita le nomination all’Oscar

Cibo, bellezza, eleganza: Luca Guadagnino ha sempre saputo unire nei suoi film questi straordinari elementi di italianità, da noi spesso negletti anche per desiderio di raccontare la vita minuta purtroppo lontana dalla bellezza, attirando talenti attoriali come il premio Oscar Tilda Swinton – accanto al regista palermitano in “Io sono l’amore”, 2009, e “A bigger splash”, 2015, -, Ralph Fiennes e Dakota Johnson (“A bigger Splash”). In passato Guadagnino ha mescolato questi ingredienti in proporzioni che piacevano più oltreoceano che agli italiani, soprattutto nella saga altoborghese della famiglia lombarda di “Io sono l’amore”. Oggi in “Chiamami col tuo nome” vi è un miracoloso equilibrio in cui alla maestria formale, che gli ha riconosciuto sempre anche chi lo ha criticato, è unita la toccante storia di un incipiente amore omosessuale.


Tratto dal romanzo omonimo di André Aciman (Guanda), sceneggiato da James Ivory con interventi di Guadagnino e Walter Fasano, “Chiamami col tuo nome” è ambientato nel 1983 in un non precisato Nord Italia, che ha i contorni e la parlata della provincia lombarda del Cremasco, dove abita lo stesso regista. In una casa di campagna la famiglia Perlman, Lyle (Michael Stuhlbarg), archeologo, e Annella (Amira Casar), spodestano ogni anno d’estate per sei settimane il figlio Elio (Timothée Chalamet) dalla sua camera per ospitare un giovane ricercatore straniero di archeologia. E’ una forma di filantropia che la coppia, colta, poliglotta, aperta al confronto, esercita nei confronti di chi studia la materia, ragione di vita di Lyle. Il 1983 è l’anno dell’americano Oliver (Armie Hammer), che si presenta subito come un elemento di disturbo per Elio, costretto non solo a dividere gli spazi con uno sconosciuto, “usurpatore”, ma anche a sopportarne la supposta maleducazione, l’arroganza e soprattutto il fascino che esercita verso chiunque venga in contatto con lui: il padre, gli amici, le ragazze. In verità Olivier è un elemento detonatore per Elio, costretto a vedere i suoi iniziali sentimenti di rabbia trasformarsi in un’attrazione prima intellettuale, che lo porta a riavvicinarsi alle sue radici ebraiche, e poi fisica, che il suo corpo non riesce a domare. Di una bellezza greca nel profilo del viso, ancora acerbo nel fisico che si sta trasformando da ragazzo in adulto, Elio è diviso tra il desiderio per Marzia (Esther Garrel) e quello per Olivier. In entrambi i casi è goffo come lo sono i cuccioli ai loro primi passi, ma, mentre il trasporto per la ragazza si spegne, quello per Olivier diviene sempre più autentico, irascibile e indomabile. Incontenibile è anche per Olivier, che lo gestisce però in maniera più sofferta, adulta e profonda. Quando cedono l’uno all’altro, il regista riprende il loro incontro fisico con lo stesso pudore e delicatezza di una coppia qualsiasi alla sua prima esperienza. L’aspetto omosessuale è in evidenza solo per il senso di colpevolezza che Elio sente nei confronti della società, dove imperano gli anni Ottanta, la politica di Craxi e del pentapartito, le fiere di paese e il moralismo, immersi in una bellezza agreste bertolucciana (all’amato maestro Guadagnino ha dedicato nel 2012 un documentario, “Bertolucci on Bertolucci”). Un mondo di riti legati alla Natura (come nel Sud di “A bigger Splash”), nell’architettura dei borghi nostrani, in questo caso in una pianura padana che richiama Antonioni, e nel cibo che è materia prima ma anche abilità nel trasformarla non solo in pietanze, come accade in “Io sono l’amore”. Una quotidianità -restituita dalla bella fotografia di Sayombhu Mukdeprom -, con un’altissima qualità della vita, che forse ci è rimasta in provincia, e che gli americani ci invidiano e vedono per lo più incarnata tra le colline toscane.
“Chiamami col tuo nome” è stato ospitato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival e alla Berlinale l’anno scorso, ricevendo un apprezzamento di critica unanime ed è stato scelto dal National Board of Review e dall’American Film Institute come uno dei 10 migliori film dell’anno. Ha ottenuto tre candidature al Golden Globe 2018, come miglior film, miglior attore (Chalamet) e miglior attore non protagonista (Hammer) e quattro nomination ai premi Oscar 2018 come miglior film, miglior attore protagonista (Chalamet), miglior sceneggiatura non originale, miglior brano originale (“Mystery of Love”), interpretato da Sufjan Stevens.
“Lo vedi non per rilassarsi ma per essere ferito”, ha scritto Anthony Lane sul “New Yorker”. Rex reed sull’“Observer” gli ha dato il massimo dei voti classificando la pellicola come “Una reminescenza della sensibilità bertolucciana al suo meglio”. Peter Debruge su “Variety” lo ha definito “un raro dono” che merita “un posto nel pantheon assieme a maestri della sensualità come Pedro Almodovar e François Ozon”. Per Peter Travers su “Rolling Stones” è uno shock emozionale da non perdere. Forse perché raggiunge quella parte di noi che ha a che fare con il sogno e la passione e che non ha distinzioni di educazione, di bandiera e soprattutto di sessualità e ci mette d’accordo, per una volta, da una parte all’altra dell’oceano.