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“Corpo a Anima” racconta la vincitrice della Berlinale Ildikó Enyedi è un film junghiano “ma non troppo”

Endre (Géza Morcsányi) non riesce a muovere parte del braccio sinistro. Mária (Alexandra Borbély) non sente gli impulsi della tattilità e dei sentimenti in generale. Entrambi lavorano nel macello di una non precisata cittadina ungherese, l’uno come direttore, l’altra come addetta al controllo di qualità. Senza saperlo, nella notte fanno lo stesso sogno, in cui due cervi, un maschio e una femmina, pascolano in un bosco. Corpo e Anima, scritto e diretto da Ildikó Enyedi, ha vinto lo scorso anno la Berlinale con una trama surreale e psicoanalitica che lega assieme la ferocia e la compassione umana e animale. Un film che resiste nelle nostre sale, nonostante lo strascico di leggerezza dei cinepanettoni, con lo stesso piglio tenace della sua autrice, già vincitrice della Caméra d’Or al Festival di Cannes del 1989 con Il Mio XX Secolo e il premio speciale della giuria al Festival di Locarno con Simon Mágus.


Con Corpo e Anima Enyedi insinua una scheggia nel nostro schematismo razionale attraverso una trama junghiana – come ammette la regista, pur precisando di non voler «insistere troppo sulla teoria» -, riannodando coincidenze e segni. «Abbiamo fin troppe spie del fatto che la nostra vita sia da ripensare, soprattutto nella parte privata che riflette malamente le logiche della società. Siamo costretti a stare costantemente al gioco, alle regole che ci vengono imposte con un percorso difficile e irto di ostacoli. Veniamo vagliati su ogni aspetto, perfino sul vestiario; se i pantaloni non si abbinano in maniera appropriata alle scarpe, si crea il sospetto di un problema. Una piccola subcultura, ostile a chi voglia differenziarsi, che appare agli occhi altrui ridicolo o astruso. A volte la pressione esterna è così forte che ci porta alla malattia, ai tic nervosi, all’alcolismo, rendendo necessario un percorso di analisi». La pellicola inizia riprendendo due cervi in cammino sotto una debole nevicata. La femmina sembra indecisa, il maschio la aspetta e la conforta: «Lavorare con gli animali è complesso, ma non più che con gli umani. Non sono elementi decorativi, dimostrano un carattere accentuato, che ho vagliato in un casting ad hoc. Per il maschio ho scelto un esemplare potente e maturo. Me ne hanno proposti di più docili, belli e giovani, ma sono stata determinata a volere proprio lui. La prima volta che l’ho visto si stagliava regale e solitario, scrutandoci a distanza. Aveva lo stesso linguaggio del corpo di alcuni grandi attori con una presenza in grado di calamitare lo sguardo. La femmina, invece, aveva una personalità molto simile a quella di Alexandra Borbély, vivace, esuberante, sensuale». Al contrario di Mária, che è quasi sociopatica; qualcosa nel suo processo di crescita si è interrotto perché i suoi discorsi sono privi di freni inibitori, rivelano pensieri onesti, ma sconvenienti, che non andrebbero palesati: «Non conosce la passione e cerca disperatamente di capire cosa significhi il trasporto che prova per Endre». Endre e Mária hanno in comune una mancanza: fisica quella di lui, psichica quella di lei. «Il personaggio femminile affronta un grande viaggio ed è molto vulnerabile. Il suo processo di apprendimento è agli antipodi rispetto a quello di Endre, che ha alle spalle una vita familiare – è divorziato e ha una figlia adulta -, lavorativa e sociale ben definite. Mária non è una ragazza, ma una donna dentro cui vive una bambina. La vita non le ha lasciato segni nel fisico, come è capitato ad Endre che ha subito un infarto». I due attori si mescolano bene: Borbély rinnega la sua natura esuberante, che si evidenzia nelle performance soprattutto teatrali. Morcsányi mette ben a frutto la sua forza e fragilità interiori, come un professionista consumato, tanto da non far trasparire il suo noviziato sul grande schermo. Morcsányi è ben noto in Ungheria come editore, a fianco di scrittori come il premio Nobel Imre Kertész e Péter Esterházy. «Provo una grande empatia per il protagonista maschile, una specie di magnifico animale, che si ribella all’invecchiamento. Endre mi ricorda un toro, che, trafitto dalle picche durante una corrida, comincia a perdere l’orientamento, ma vuole ancora combattere e vivere». La macchina da presa coglie spesso da vicino i particolari, in cui emerge il passato di Enyedi come artista figurativa: i piedi che Mária ritrae dal sole, le dita atrofizzate di Endre, gli occhi di un bovino che sta per andare a morire, la tibia di quest’ultimo ormai privata della pelle e del pelo. Insieme a un continuo rimando agli interni delle abitazioni, ai luoghi della macellazione, alla selva dove pascolano i cervi con gli «alberi alti e smilzi come tubi di acciaio, piantati in un terreno privo di boscaglia. Un ambiente astratto e tuttavia reale dove risalta la flessuosità dei daini che si perdono tra i tronchi come in un labirinto». In Corpo e Anima non vi è una tesi, né una condanna, nemmeno verso la macellazione degli animali. Si avverte semmai partecipazione e una diffusa spiritualità, frenata dall’ironia. «Nella cultura occidentale, prima che la religione esplicasse una funzione organizzativa, la preghiera era uno strumento per connettersi all’universo e al profondo significato di ogni gesto della quotidianità: dormire, sognare, mangiare, far l’amore. Per questo nel mio film non vi è nulla di miracoloso».
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