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Il Godard desacralizzato di Hazanavicius

«Non avevo nessun interesse a girare un film serio su Godard; lo avrei potuto fare su Mel Brooks o Charlie Chaplin, ma non su Godard. La gente ha fatto di lui un pezzo da museo, ma è ancora vivo e ha 87 anni; la commedia è un modo per renderlo umano e accettare i paradossi cui ci ha sempre messo davanti». È una excusatio non petita quella di Michel Hazanavicius, che, dopo la proiezione a Cannes di Il mio Godard (dal 26 ottobre nei cinema), si è visto rovinare addosso le ire di parte della critica e dei cinefili con l’accusa di aver «macchiettizzato» in salsa agrodolce il mostro sacro del cinema mondiale Jean-Luc Godard. A prestare il volto a un Godard tanto geniale, quanto egoista, lunatico, possessivo è Louis Garrel, ossessionato dalla sua ultima creatura, La cinese (1967), la cui protagonista era la moglie Anne Wiazemsky (Stacy Martin), di vent’anni più giovane. Avvolto da un’aura mitologica, provocatore e distruttivo, Godard è raccontato attraverso gli occhi della sua musa – la sceneggiatura si basa sulla biografia della Wiazemsky, Un an après (Gallimard, 2015) -, che ripercorre la loro passione scaturita mentre lavoravano assieme, corrotta poi da una profonda crisi del regista nata dall’insuccesso del film. Sotto la lente di Hazanavicius passano il Sessantotto, il maoismo, le proteste contro la guerra in Vietnam, le contestazioni studentesche rivolte anche allo stesso Godard, il desiderio di cambiare il sistema attraverso il cinema; e questioni molto più terrene come la voglia di schiacciare la giovane moglie spingendo, oltre i limiti dell’accettabile, pedanteria e saccenteria, schiavo ridicolo di manie e gelosie infondate, desacralizzato e canzonato attraverso certa goffaggine con cui distrugge nei momenti topici i suoi famosi occhiali dalle lenti spesse.


«Il più bel complimento che si possa fare a Il mio Godard è paragonarlo alla commedia all’italiana degli anni Sessanta, un cinema che amo molto e che mescola insieme commedia e tragedia. Ho pensato a Ettore Scola, il più grande di tutti, Dino Risi, a Mario Monicelli, a Federico Fellini, anche se quest’ultimo è un regista di tutt’altra scuola. Non so se la mia pellicola renda o meno giustizia a Godard, non è nelle mie pretese; non ho fatto un documentario, ma un film di finzione, che evoca la sua figura e, alla fine, mi sembra, in maniera molto appropriata». L’ultima opera di Godard, Addio al linguaggio (2014), parla di incomunicabilità, mentre la pellicola che ha consacrato Hazanavicius alla platea internazionale e l’ha portato all’Oscar nel 2012 per la regia (conquistandosi anche la statuetta per il migliore attore a Jean Dujardin) è stato The artist, un film muto di grande successo nell’era del sonoro: «The artist e Addio al linguaggio sono due film distanti e io non mi paragono a Godard. Per me, ogni film è uno spettacolo e anche se cercassi di individuarne il linguaggio rimane comunque uno spettacolo. The artist è formalmente fatto molto bene, almeno secondo le reazioni della critica, ma la sceneggiatura è molto esile, essendo una semplice storia d’amore. Il mio Godard è un film divertente e un po’ politico ed è sicuramente più complesso». Godard rimane comunque una fonte di ispirazione: «È impossibile prescindere soprattutto dalla sua prima produzione, negli anni Sessanta: i suoi film erano impegnati e insieme spiritosi, molto liberi, caratteristica che hanno conservato anche adesso. Noi registi dobbiamo sempre fare i conti con il pubblico, lui invece se n’è sempre radicalmente disinteressato. Tutti dobbiamo qualcosa a Godard, che ha aperto nuovi filoni, lasciando per esempio entrare la televisione». Il film di Hazanavicius è molto colorato, filologico nella riproduzione degli ambienti e di scenari che sembrano quadri sornioni. «Nelle ricerche abbiamo consultato diverse fonti per le immagini: i film di Godard, gli spezzoni televisivi in bianco e nero dell’epoca. Ho cercato di mescolare tutti gli elementi in modo armonioso». Louis Garrel, il cui padre, Philippe, è come Godard un esponente della Nouvelle Vague, è eccellente nel rendere i tic del suo personaggio, ma spicca anche la capricciosa figuretta di Anne, sul cui corpo ossuto e sensuale scivolano gli abiti eleganti e hippie e che il marito vorrebbe trasformare in un’icona della rivoluzione: «Stacy Martin ha una faccia vintage, una bellezza tragica, su cui si possono dipingere diversi sentimenti. Mi ha permesso di filmarla come se fosse un oggetto pop, lasciandomi così esprimere molto attraverso questi elementi sul periodo e sul suo rapporto con il marito».
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