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Giorno della Memoria: dal 25 gennaio nei cinema “Austerlitz” di Loznitsa, riflessione sul turismo nei lager

I documentari di Sergei Loznitsa non sono facili. Soprattutto non si possono chiamare documentari, se questa parola ha la pretesa di evocare oggettività. Il regista ucraino ha una tesi ben precisa e la svolge montando le riprese senza alcuna furbizia, con inquadrature fisse e lunghi piano sequenza. Così fa in Austerlitz, il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore tedesco W.G. Sebald (Adelphi, 2001), in cui il protagonista, Jacques Austerlitz, è un professore di storia dell’architettura che si ritrova a indagare sulla sua famiglia falciata dalla Shoah. Il documentario, che esce in sala da mercoledì 25 gennaio per il giorno della Memoria, distribuito da Lab 80 film, riprende lo sciame dei turisti nell’ex campo di concentramento di Sachsenhausen, a 35 chilometri a Nord di Berlino. La macchina da presa è piazzata nel percorso che facevano i prigionieri del lager, passando sotto il cancello dell’entrata, davanti ai dormitori, le docce, i forni crematori, le fosse comuni, e si chiude circolarmente di fronte allo stesso cancello da cui pochi sono usciti vivi. È estate e il primo paradosso è nelle pose discinte per il caldo, nell’abbigliamento sornione dalle scritte cubitali spesso idiote degli attori involontari. Tutto è piuttosto stravagante: la coda per farsi fotografare sotto la famosa scritta Arbeit macht frei, Il lavoro rende liberi col volto assorto o corrucciato, seducente o sorridente. Pochi hanno l’aria di essere in raccoglimento, di intendere il senso di fame, di disperazione, di morte che coglieva i deportati. Ogni guida dà una spiegazione che sembra un’estrinsecazione della propria personalità: c’è l’americano che spiega le radici della ribellione, ma sembra parlare a se stesso. C’è la spagnola che calca la tragicità della situazione, per altro già così inumana da non necessitare ulteriori sovraccarichi emotivi: spiega che i prigionieri venivano indotti alla morte appagati dall’idea di fare una doccia che non facevano mai. E invece i campi di concentramento portavano in sé la contraddizione di un’igiene esasperata, paradossale visto che l’intento era portarli a morire, con rasature continue per evitare i pidocchi, e abluzioni (ghiacciate) mattutine. Il giudizio di Loznitsa sull’utilità di queste visite sembra netto e sulla stessa linea dello scrittore Boris Pahor, che tornato in uno dei campi di concentramento in cui era stato deportato, descrive in Necropoli (Fazi, 2008) lo stato di stordimento nel vedere due ragazzi baciarsi sui terrazzamenti su cui lui e gli altri dannati lavoravano fino a sfinirsi, affamati e ammalati. Il regista ucraino si era già cimentato con la Shoah in Anime nella nebbia (2012), in cui un uomo viene ingiustamente accusato di collaborazionismo durante la Seconda guerra mondiale.


Ma era fiction. Aveva invece sperimentato una tecnica documentaria simile ad Austerlitz già in Maidan in cui, piazzata la macchina da presa nell’omonima piazza di Kiev dal novembre 2013 al marzo 2014, aveva filmato l’entusiasmo dei primi giorni dell’insurrezione fino alle dimissioni del presidente.

Il suo endorsement per i “ribelli” era più che dichiarato. In concorso all’ultimo Toronto Film Festival, fuori Concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, Austerlitz offre un’ora e mezza di realtà che intristisce, perché ci rivela quanto diventiamo ciechi se siamo lontani dal dolore. I ragazzi che sghignazzano vicino ai pali dove si impiccavano i prigionieri sembrano una bestemmia. Ma forse chissà come, chissà dove, tra i selfie e le riprese indiscrete dove ci vorrebbe solo silenzio, un seme di nausea verso il male si insinua. Un giorno potrebbe fiorire in indignazione.
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