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Le vendette di un Leone «The woman who left» del filippino Lav Diaz vince l’Oro. Ex aequo per l’argento. Le Coppe Volpi a Emma Stone e Oscar Martinez

È un Leone per chi si è risollevato dalla disperazione, quello della 73esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Ha vinto The woman who left del cinquantottenne filippino Lav Diaz con la parabola di una donna, Horacia (Charo Santos-Concio), scarcerata dopo trent’anni di prigione, ingiustamente accusata dall’ex fidanzato respinto dall’eco manzoniana, Rodrigo (Michael De Mesa). Horacia in segreto torna alla vita normale e consuma i giorni nella ricerca del figlio e di Rodrigo. Specularmente ha due volti, quello pio e devoto, con cui siede nei banchi in chiesa, fa la carità ai dementi, sfama gli indigenti, aiuta i malati; e quello notturno in cui veste i panni di un maschio che vuole vendetta. Sullo sfondo le Filippine del 1997 in cui i sequestri sono ordinaria follia. L’incontro con Hollanda, un travestito (John Lloyd Cruz) epilettico, cambia i suoi piani. Il film di Lav Diaz, in bianco e nero dura quasi quattro ore, eppure il tempo è lieve nel seguire una trama senza alcun colpo di scena, quanto invece si arriva con difficoltà alla fine di The milky road di Emir Kusturica, rimescolamento di vecchie glorie, Underground (1995), Gatto nero e gatto bianco (1998), tra ascensioni in cielo e qualche carola zingaresca. The woman who left, tratto da un racconto di Lev Tolstoj, La verità la sa solo dio, è meno sperimentale ed estrema delle pellicole precedenti che duravano fino a dodici ore, con piani sequenza senza inibizioni. Il Gran premio della giuria è andato a Nocturnal animals di Tom Ford – tratto dall’opera Tony and Susan di Austin Wright (Adelphi)- una riflessione sull’impotenza di chi subisce una separazione che non condivide, attraverso la storia di uno scrittore, Edward (Jake Gyllenhaal), che si vendica dell’ex moglie, Susan (Amy Adams), rendendola protagonista sulla carta di una storia di stupro e di violenza. Un thriller o forse solo un film sulle nostre paure, reso con l’eleganza che lo stilista aveva già dimostrato in A single man (2009).Davvero strana coppia quella dell’ex aequo per il Leone d’argento: Paradise di Andrej Konchalovsky e La region salvaje di Amat Escalante. Regia premiata giustamente per il maestro russo, già Leone d’argento nel 2014 con Le notti bianche di un postino e Gran Premio speciale della giuria per La casa dei matti (2002). Paradise è l’Olocausto narrato dall’Oltretomba attraverso una nobildonna ebrea russa che aveva nascosto due bambini, un collaborazionista francese e un giovane nazista convinto, le cui vite si mescolano in nome dell’amore, dell’interesse, del desiderio, della debolezza. Ancora una pellicola in bianco e nero, anche se, sembra suggerire Konchalowsky, perfino nell’orrore esistono zone grigie. Bizzarro l’accostamento con il film messicano, che lotta idealmente contro la repressione religiosa, sessuale e di pensiero in una delle zone più oscurantiste dell’America Latina. Renderla attraverso le prestazioni di un polpo gigante che soddisfa uomini e donne, probabilmente venuto dallo spazio, è quanto mai improbabile.La Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile è andata a Emma Stone per La la land, che ha pensato bene di emulare il collega Ryan Gosling che aveva disertato il Lido all’inaugurazione. Stone ce l’ha messa tutta con esiti a volte graziosi nella danza con Gosling sull’onda di un amore rosicchiato dal demone del successo alla periferia degli studios di L.A. Ma la storia non è proprio inedita e ci si avvicina poco alla levità dei musical hollywoodiani, cui il regista Damien Chazelle voleva rendere omaggio.Poteva scomodarsi la giovanissima Stone a fare una transoceanica, visto che c’erano due attrici che avrebbero a diritto potuto aspirare a quel riconoscimento.Per esempio, Judith Chemla, per la sua interpretazione di Jeanne in Una vita di Stéphane Brizé, tratto dall’omonimo e primo romanzo di Guy de Maupassant, che ha portato sulle spalle la sconfitta dell’amore coniugale, filiale, amicale e materno, puntellata dal disastro economico. Se lo meritava anche Natalie Portman per Jackie di Pablo Larraín per la sua Jacqueline Lee Bouvier, moglie di John F. Kennedy, all’indomani del suo omicidio a Dallas il 22 novembre 1963. I calcoli di un personaggio per nulla secondario, il dolore di una moglie spesso dimenticata dall’uomo pubblico, la responsabilità di una madre, attorno alle ore concitate dopo il delitto fino ai funerali orchestrati con l’acume di chi non vuole vanificare il sacrificio del marito e indirettamente il suo futuro. Jackie si è conquistato solo la sceneggiatura di Noah Oppenheimer, ma poteva portare a casa molto di più. Ottima la coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Oscar Martinez, protagonista di El Ciudadano ilustre di Marian Cohn e Andrés Duprat, un film senza capriole cinematografiche ma di rara ironia e intelligenza. Martinez è Daniel Mantovani, scrittore argentino, irsuto e anticonformista, fresco di Nobel, che decide di far ritorno al proprio villaggio per la cittadinanza onoraria dopo decenni di assenza dall’Argentina. Poco è cambiato: vecchiette fameliche di vita altrui e ingenua aria baracconesca. Per andare a ricevere l’onorificenza Daniel deve sfilare sul carro dei pompieri con la reginetta di bellezza locale e nell’intervista rilasciata a un’emittente locale viene involontariamente etichettato come sponsor di un succo di frutta. I guai cominciano quando Daniel si rifiuta di assegnare il primo premio al pittore designato, le logiche paesane si fanno velenose fino a colpire la sua incolumità. Gli italiani sono tornati a casa a mani vuote. Solo Liberami di Federica Di Giacomo, documentario sui riti di esorcismo in Sicilia, ha vinto la sezione Orizzonti. Peccato per Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti che analizza l’immortalità, dalla scienza, alla musica, alla tradizione orale dei pellerossa. Incredibile che la coppia di registi sia stata superata dal cannibalismo con risvolti alla Lewis Carroll (e pure finalone moralista) di The bad batch di Ana Lily Amirpour, che ha vinto il Premio Speciale della Giuria. Peccato che il film non sia finito nella pentola con le ginocchia umane e il coniglio da compagnia della protagonista più piccola.
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