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Venezia ’73: L’ombra della sessualità tra Wenders e Muccino. Arrivano (purtroppo) anche gli immancabili alieni

L’ombra della sessualità si è allungata ieri sul Leone. Niente scabrosità, che di solito in un festival affiorano in situazioni più o meno estreme tanto per far arrossire stampa e pubblico. Piuttosto si è manifestata in domande eterne, filosofiche in “Les beaux jours d’Aranjuez” di Wim Wenders (in Concorso), o adolescenziali in “L’estate addosso” di Gabriele Muccino (nel cinema in Giardino).
Wim Wenders è tornato a Venezia dopo dodici anni con la sua aria ieratica, i soliti occhiali di foggia antica, ma senza i capelli da santone. Un doppio ritorno se si considera che la nuova pellicola del regista tedesco risuggella il sodalizio con lo scrittore Peter Hanke, dal cui libro è stato tratto il film.
I due non lavoravano assieme da ventinove anni, ovvero da “Il cielo sopra Berlino”. Allora le questioni esistenziali investivano la politica di una Germania divisa, oggi si concentrano su un tema immortale, ovvero la differenze tra uomini e donne. “Una diversità che ha causato guerre, ma che ha anche originato l’amore”, ha spiegato il regista.
Una coppia siede in un giardino. Sono un uomo (Reda Kateb) e una donna (Sophie Semin) adulti, osservati da uno scrittore che pensa in francese e a volte anche in tedesco. L’uomo incalza la donna sulla sua “prima volta” e lei risponde misteriosa e onirica, andando a scavare l’ingresso nell’età adulta non attraverso un atto sessuale, ma nella congiunzione con la Natura, trovando in un dondolio d’altalena l’origine del mondo. Il dialogo tra i due si fa sempre più serrato e compare infine anche la mestizia e l’acrimonia che si trasforma quasi in odio.
Dal giardino si vede una città in lontananza. E’ l’Île-de-France, una collina sopra a Parigi “in cui si può sentire il vento e lo stormire degli uccelli. Non conoscevo altro modo di portarvi lì –, ha spiegato il regista-. Non sapevo come includervi diversamente dal cinema, con tenerezza e con una tecnologia delicata. Il cinema è l’unico luogo in cui possiamo vivere un’esperienza senza essere bombardati dalle informazioni”.
Wenders ha girato in 3 D, anche se l’accortezza in questo caso non aggiunge niente a un film che rimane molto cerebrale, di difficile accesso al grande pubblico. Sofisticato e forse artefatto, senza l’urgenza che ha messo ne “Lo stato delle cose” (1982), per esempio. Rimangono comunque momenti di grande armonia poetica tra parole e volti, suggellati dalle canzoni e dal cameo di Nik Cave. Molto bravi gli attori a rendere un dialogo che un minimo di forzatura li avrebbe esposti al ridicolo.
Più pragmatiche e manichee le domande che si rivolgono Marco (Brando Pacitto) e Maria (Matilda Lutz), compagni di classe e protagonisti del film di Gabriele Muccino. Marco e Maria dopo la maturità viaggiano insieme in America per una congiuntura involontaria. Lui parte in ritardo rispetto agli altri compagni perché arriva una pioggia insperata di soldi dall’assicurazione per il risarcimento di un incidente. Lei perché le amiche l’hanno scaricata, non l’hanno voluta in Grecia con loro, troppo bacchettona e moralista.


E in effetti l’atteggiamento con cui la ragazza si rivolge alla coppia gay che li ospita è piuttosto ostile e rigido. Solo dopo aver ascoltato le traversie nel fare outing e nel vivere normalmente la propria omosessualità, Maria capisce che i suoi sono tutti preconcetti e comincia a liberarsi dalle gabbie che un’educazione poco aperta le aveva inflitto.
Parlato per metà in inglese e per metà in italiano (e questo già a volte sfiora il ridicolo), “L’estate addosso”, che richiama il titolo di una canzone di Jovanotti, affronta il tema delle pari opportunità e della libertà sessuale un po’ con l’acetta, ma farà fortuna al botteghino, visto che gli young adults sono i veri fruitori del cinema. Per il resto al Lido con “Arrival” di Denis Villeneuve sono sbarcati anche gli immancabili alieni che stavolta han tentato il contatto con i terrestri grazie a una linguista.

L’unico tratto originale del film. Peccato poi per i bravi Michael Fassbender e Alicia Vikander che non son riusciti a far decollare “The light between oceans”: il dramma di una bambina sottratta ai genitori legittimi da una coppia non in grado di generare è rimasto un polpettone, nonostante la loro capacità attoriale.