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Venezia ’73: Ginger Rogers senza Fred Astaire. “La la land” non è all’altezza di “Whiplash”

Di Cristina Battocletti
Ginger Rogers rimane senza Fred Astaire. Prima defezione sul tappeto rosso e a Venezia già si mormora che il festival più vecchio d’Europa non sia più in grado di garantire i lustrini. Ryan Gosling, protagonista assieme a Emma Stone del musical “La la land” di Damien Chazelle, film di apertura della 73esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, rimarrà sul set di “Blade Runner 2”, lasciando Stone “single” questa stasera sul red carpet. In realtà in buona compagnia, assieme al giovane regista statunitense, classe 1985, che aveva già firmato Whiplash e gli attori J.K. Simmons e Finn Wittrock.



La polemica non è che un soffio leggero. E’ vero che al Lido non metteranno piede Nick Cave, cui è dedicato “One More Time with Feeling” di Andre Dominik, e Cate Blanchett, protagonista di “Voyage of time” di Terrence Malick. Ma chi viene alla Mostra per un autografo hollywoodiano ha di che cibarsi e in quantità. Sono in arrivo Michael Fassbender e Alicia Vikander per la “La luce sugli oceani” di Derek Cianfrance. Aaron Taylor-Johnson, supereroe di Godzilla, Captain America, Avengers per “Nocturnal Animals” di Tom Ford. James Franco che presenta il suo nuovo film “In Dubious Battle”. Amy Adams e Jeremy Renner per “Arrival” di Denis Villenuve. Naomi Watts, Dakota Fanning e Jude Law. Quest’ultimo è protagonista di “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, che almeno per questa serie televisiva attesissima, annoveriamo tra gli “americani”.
Si smonta quindi la polemica secondo cui le star a stelle e strisce non si scomoderebbero per non affrontare la sfacchinata oltreoceanica, visto subito dopo inizia il festival di Toronto (l’8 settembre), dove i film hanno un mercato sicuro, oltre all’onore della stampa. In più, Venezia sta rinforzando anche i muscoli proprio sul piano del mercato: accanto a “Biennale College” si aggiunge il ponte di “Venice Production Bridge” per la ricerca di finanziatori italiani e internazionali, interessati a progetti di pellicole pronte, selezionate dalla Biennale.
Ce n’è anche per i cinefili e le sue firme veneratissime. In concorso ci saranno Emir Kusturica, François Ozon, Pablo Larraín e Andrei Konchalovsky, Amat Escalante.
Quanto ai “nostri”, in gara ci sono “Spira mirabilis” di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, riflessione sull’immortalità partendo dalla curiose ricerche di uno scienziato giapponese su una medusa e Giuseppe Piccioni con una storia tutta al femminile dal titolo “Questi giorni”. Insieme a loro sfileranno Margherita Buy, Jasmine Trinca, Cristiana Capotondi, Kim Rossi Stuart, Fuori concorso con il suo “Tommaso”.
La bellezza del Leone, almeno sulla carta, è intatta. Anche se oggi l’apertura, sotto il segno della madrina Sonia Bergamasco, sarà più in sordina. Una sobrietà che si deve alle vittime delle zone del colpite dal terremoto, perché il cinema non è solo sogno e la grande macchina della Biennale ha annullato la cena di gala, come è proprio di una nazione che porta il lutto.
Tra le istituzioni, per ora, l’unica presenza garantita è quella del ministro della cultura Dario Franceschini, che inaugurerà la rassegna assieme al presidente della Fondazione della Biennale di Venezia, Paolo Baratta, e al direttore del festival, Alberto Barbera.
Il film di Chazelle questa sera porterà un po’ di vapore leggero con l’omaggio alla stagione d’oro dei musical americani, con un’eco nostalgica che è propria degli ultimi film di Woody Allen. Stone veste i panni di Mia, aspirante attrice, cameriera delle star del cinema, che tra un provino e l’altro scivola tra le braccia di Gosling, jazzista spiantato che si piega alla logica del mercato cantando ai pianobar.
Di solito il film di apertura difficilmente aspira a un premio. Vince una specie di baratto: si prende tutta la luce dei riflettori dell’incipit e viene dimenticato lungo il corso della rassegna, che quest’anno si chiuderà il 10 settembre. Peccato, perché a volte le opere che inaugurano la Mostra sono davvero da Leone, come Birdman di Alejandro González Iñárritu, che si è preso il premio Oscar nel 2014, ma al Lido è rimasto a mani vuote.