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Boris Pahor su Domenica: capisco perché Kertész avesse nostalgia dei campi di concentramento, questa società dimentica i morti

Imre Kertész (1929-2016)

Boris Pahor*
Ciò che mi colpì di più in Essere senza destino (Feltrinelli, 1999) di Imre Kertész fu la confessione della nostalgia per il campo di concentramento. Un sentimento che capisco e che avevo intuito quando ero andato a visitare Natzweiler-Struthof, dove fui internato, dieci anni dopo la fine della guerra e, una seconda volta, vent’anni dopo il conflitto. Fu allora che mi venne l’idea di scrivere Necropoli (Fazi, 2008). Io non provavo nostalgia del lager, sarebbe stato il colmo! Ma sentivo il bisogno di ritornarvi per assicurarmi che quello che avevo vissuto fosse vero, che c’era ancora il palo della tensione su cui impiccavano la gente, che c’era la stufa per alimentare il forno dove bruciavano i prigionieri e le cui ceneri finivano nel buco assieme ai liquami dei gabinetti, ossa humiliata. Capisco la sua nostalgia: perché una società come la nostra non merita di prosperare; come sosteneva Umberto Eco, una società così dovrebbe autodistruggersi.

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Imre Kertész vinse il premio Nobel nel 2002
Ho saputo della morte di Kertész dal notiziario della radio slovena e sono stato sopraffatto dal dispiacere di non aver avuto occasione di rivederlo dopo l’incontro (registrato nel documentario La memoria ostinata di Tomaž Burlin, anche sceneggiatore assieme a Neva Zajc, Tv Capodistria, 2009 , n.d.r.) che facemmo assieme al teatro dell’Odeon di Parigi il 17 gennaio del 2009. Eravamo ospiti alla Maison des ecrivains del Tour de France degli scrittori stranieri tradotti in francese. Ci incontrammo nel camerino e ci abbracciammo, ci demmo spontaneamente del tu, lui sapeva della mia Necropoli. Eravamo passati in campi di concentramento vicini, lui a Buchenwald, io in una sua dipendenza. Buchenwald, che era stato pensato per prigionieri politici, era molto ben organizzato, perché inizialmente avrebbe dovuto ospitare solo detenuti tedeschi socialisti e comunisti. Lui vi era arrivato, nonostante fosse ebreo, per via della sua corporatura robusta: i nazisti invece di mandarlo a morte nei forni lo avevano ritenuto idoneo al lavoro.Nell’incontro a Parigi abbiamo parlato delle sofferenze, dei colpi che ci infliggevano i kapò, delle nostre malattie – Kertész era giunto a Buchenwald perché lì l’ospedale funzionava bene – e del dover lavorare nonostante la malattia, fino a che non cadevamo a terra prostrati. Parlammo di quando ci facevano salire su uno sgabellino con una camicetta che penzolava fino all’ombelico e controllavano il nostro pene rasato per vedere che non si annidassero i pidocchi. A subire questa umiliazione c’erano uomini anche di settant’anni. Ci sarebbe voluta una macchina da presa per registrare tutto, solo quella avrebbe reso davvero l’orrore. Kertész e io in letteratura abbiamo cercato di raccontarlo con il nostro stile realistico, senza fronzoli: una poesia del male. Quando parlammo all’Odeon, invece, eravamo impacciati da una pessima traduzione dall’ungherese: l’interprete rendeva male i pensieri di Kertész e lui ne era imbarazzato. Così i momenti più belli furono prima e dopo l’incontro, quando eravamo soli e ci esprimevamo nel nostro francese. Quando ho saputo della sua morte non ho potuto fare a meno di ricordare lo scrittore Stéphane Hessel, mancato nel 2013. Con Hessel avevamo in comune l’esperienza del campo di Dora, dove si costruivano i missili V2, ma ci incontrammo solamente in Slovenia una decina di anni fa. Proprio come Kertész entrambi constatammo che la società di oggi non è degna dei morti dei lager. Hessel scrisse anche un libro, dal titolo Indignatevi! (Add editore, 2011), per scuotere la gente. Una società che non si interessa più dei morti non è solo egoista ma schifosa. Lo dirò al parlamento europeo dove sono invitato a parlare il prossimo maggio. Capisco perché Kertész sentisse nostalgia del campo di concentramento.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
*Testo raccolto da Cristina Battocletti

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