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Nella giornata della Memoria è un monito “La città nel golfo” di Boris Pahor, storia di Resistenza cittadina

Un’attesa che non è attendismo, ma auscultazione della propria identità anche attraverso il luogo delle origini, il paesaggio carsolino. La città nel golfo di Boris Pahor si consuma in una sospensione laboriosa, nella stessa inquietudine in cui si logorò l’autore sloveno all’indomani dell’8 settembre, quando scappò da Bogliaco, sul lago di Garda, dove faceva da interprete per l’esercito italiano in un campo di prigionia per ufficiali jugoslavi. Il protagonista del romanzo è lo studente sloveno Rudi Leban, alter ego di Pahor, come lo è Radko Suban in altri romanzi. Un’interiorità febbrile, spia della tenacia con cui lo scrittore ha avversato i regimi totalitari – nazismo, fascismo, socialismo titino – che hanno ferito la sua vita ultracentenaria (il prossimo agosto compirà 102 anni). La stessa perseveranza ostinata con cui ha aspettato il meritato successo giunto con Necropoli (Fazi, 2008), racconto di tenebra nei campi di concentramento nazisti, inferno in cui entrò col triangolo rosso di oppositore politico.
Il successo italiano era stato preceduto da quello in Francia, in cui è stato pubblicato anche questo ultimo volume e che ora può contare sulla traduzione dallo sloveno di Maria Kacin, accurata e rispettosa dello stile dell’autore, che scrive soprattutto nella lingua materna. È il 18 settembre del 1943, dieci giorni dopo l’armistizio, e Leban affronta un viaggio in treno per tornare nella sua Trieste. Il racconto parte dalla stazione di Vicenza, dopo il sollievo di aver passato lo snodo di Verona che porta al Brennero e quindi verso il cuore del nazismo. L’atmosfera nel vagone che attraversa la pianura padana è vivace; si parla di Ciano e del Duce, anche se ogni fermata è un rischio per Rudi, nonostante gli abiti civili. Sa che i militari sono stati precettati per unirsi alle truppe tedesche contro i partigiani, pena l’internamento, ma lui ha abbandonato con consapevolezza la divisa dell’esercito italiano, in cui non si è mai riconosciuto. È nato sloveno sotto l’impero asburgico, rispettoso delle minoranze, ma ora la sua lingua, le sua cultura e le sue tradizioni sono state recise dalla foga nazionalizzatrice del fascismo. La sua preoccupazione è per la sua gente, deprivata della possibilità di esprimersi non solo nell’idioma e quindi nell’istruzione, ma perfino nella religiosità e nel gioco. Rudi vuole militare nella Resistenza sì, ma dalla parte slovena, ecco perché rifiuta l’invito di un parroco bergamasco, da cui è stato chiamato durante una sosta nel viaggio verso casa, a raggiungere i ribelli in montagna. Il rifiuto di Rudi (l’episodio era accaduto allo stesso Pahor) è gentile, riconoscente, ma fermo: «È già da lungo tempo che da noi, a Trieste, abbiamo un esercito di liberazione». Presto si arriva nel cuore del paesaggio che Rudi avverte come parte di se stesso, attraverso cui racconta i propri stati d’animo: Barcola dai «terrazzi assolati, le erte scoscese e le verdi porte d’ingresso ai giardini». Ma il rapimento è breve: i soldati tedeschi setacciano la stazione, chiedendo i documenti di identità. Rudi d’istinto sale su un treno che sta abbandonando Trieste, si getta dal vagone in corsa poco dopo la partenza e raggiunge le pendici alte del Carso, tra Prosecco e Contovello. Qui trova rifugio presso un’amica della madre, una vendrigola, una delle donne che espongono la merce nelle bancarelle del centro storico della città. È, il suo, un popolo impoverito, nonostante sotto l’impero asburgico avesse rafforzato una classe borghese, colta e anche abbiente; libera di esprimersi anche se non indipendente. Ora è una comunità impaurita, ripudiata. Tutte sfumature che emergono nei personaggi di La città nel golfo. L’affascinante e sfrontata Vida, educata nelle scuole italiane, rinnega e disprezza le proprie origini nel sogno di un’emancipazione lontana dagli sloveni. Majda, silenziosa staffetta partigiana, meno irruenta ed esotica di Vida, ma più solida e vicina agli ideali di Rudi. Ljubo, Toni e Gigi, partigiani che lo pongono di fronte a una scelta: salire in montagna o organizzare la Resistenza in città? E poi le figure che lo fanno sentire in famiglia: nonno Mihec, la piccola Dorica, nonna Pepa. Nei dialoghi affiorano fatti di cronaca realmente accaduti: la fucilazione dei quattro antifascisti sloveni a Basovizza nel 1931 dopo il primo processo di Trieste (il secondo si tenne nel 1941 con cinque condannati a morte). La vicenda della piccola Julka appesa dal maestro all’attaccapanni per le trecce bionde per aver pronunciato qualche parola in sloveno. Si avverte un senso di ammirazione per le donne – spesso arrestate e messe in cella con le prostitute per essersi espresse in sloveno -, icone che assurgono sempre al rango nobile di lenitrici e spesso risolutrici del male. Eppure l’amore, di cui Pahor è maestro nelle descrizioni – considera Primavera difficile (Zandonai) il suo libro più importante – non riuscirà a sbocciare. Il desiderio di debellare il tiranno ha la priorità. Nella realtà Rudi-Boris pagherà caro il suo impegno nella Resistenza cittadina: la deportazione a Dachau, Natzweiler-Struthof, Markirch, Harzungen, Bergen-Belsen dal febbraio del ’44 all’aprile del ’45. Ma per fortuna Pahor è ancora qui a raccontarcelo.
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Boris Pahor, La città nel golfo, traduzione di Maria Kacin, Bompiani, Milano pagg.296,
€ 19,00