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Domani a Lecce l’ultimo film della regista di “Il segreto di Esma”: “Non possiamo fare i turisti dove si è consumato un genocidio”

L'intervista alla regista bosniaca, vincitrice dell'Orso d'oro a Berlino nel 2006

Ci sono persone che non possono più raccontare: le vittime dei massacri di cui non è rimasta traccia, e i carnefici o chi li protegge, che negano i fatti e che in qualche modo sono ugualmente morti. A loro è dedicato For those who can tell no tales, ultima opera di Jasmila Žbanić, il cui titolo riprende una frase del romanzo di esordio di Ivo Andrić, Il ponte sulla Drina. Il film, che aprirà in anteprima nazionale il Festival del cinema europeo di Lecce, è infatti ambientato a Višegrad, nella repubblica Srpska di Bosnia, le cui sponde sono collegate proprio da quel prodigio di ingegneria, cantato dall’unico premio Nobel per la letteratura partorito dai Balcani. Un’opera monumentale di quasi 180 metri, costruita su undici arcate nel XVI secolo per volere del gran visir Mehmed Paša Sokolovic.

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Su di esso passeggia Kym Vercoe, protagonista di For those, australiana richiamata dal fascino medievale di quelle pietre levigate, scagliate in mezzo a una natura selvaggia. Stregata dalla verginità e dal fascino orientale dei luoghi, decide di seguire il consiglio dell'autore di una guida turistica, Tim Clancy, che raccomanda un pernottamento all'hotel Vilina Vlas nei dintorni di Višegrad. Ma nella notte Kym è mangiata dall'ansia e dalla claustrofobia: il suo sesto senso la porta così a scoprire che in quel luogo, «ideale per una serata romantica», nei primi mesi della guerra che spezzò la repubblica federata fondata da Tito, furono violentate duecento donne, alcune delle quali si lanciarono dalla finestra per non subire altri abusi. E che su quel ponte così letterario vennero picchiati, torturati e selvaggiamente uccisi dai fratelli serbi 1785 musulmani.

 

«L’opera è basata su una storia vera – puntualizza Jasmila Žbanić –. Kym Vercoe giunge in Bosnia per visitarla, ma il suo entusiasmo viene oscurato, come è accaduto a molti altri, dell’indicibile brutalità del conflitto. Il nostro, però, non è un film sulla guerra, o sulla Bosnia, ma sul senso di responsabilità collettiva. Non possiamo comportarci come turisti laddove si è consumato un crimine contro l'umanità». Žbanić si è fatta ispirare da Seven kilometres North East, una pièce teatrale, scritta da Kym Vercoe, e che lei stessa interpretava nei salotti bosniaci per mantenere un’impronta intimista. Per la regista è stato un eccezionale spunto per indagare il livello di consapevolezza del suo Paese a vent’anni – era il 2012 – dall’inizio del conflitto. «Lo sguardo di uno straniero può essere salutare. Le cose sono più chiare attraverso la prospettiva di chi non è coinvolto dall’orrore. E ti può portare più lontano».

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Soprattutto in una terra, dove la memoria, oltre a non essere condivisa, vuole essere rimossa. «Le autorità serbe di Višegrad non permettono che vi sia un memoriale dell’eccidio. Pochi mesi fa alcuni cittadini hanno costruito una specie di stele su una proprietà privata. Sono arrivati in cento poliziotti per cancellare la parola “genocidio”! Il governo sta tentando di occultare i crimini perché chi li ha commessi, o ha permesso che venissero commessi, fa attualmente parte delle istituzioni di polizia, giudiziarie, educative e politiche». Proprio per questo le riprese si sono svolte sotto copertura, mentendo sull’oggetto della storia e su chi fosse il regista. Mentre tutta la sceneggiatura, scritta da Žbanić e Vercoe, è permeata da due domande: dove eri durante la guerra? Hai partecipato o sei stato spettatore? Questioni a cui la regista bosniaca non si sottrae. «Io posso rispondere per me: ho vissuto la guerra a Sarajevo da adolescente. Non voglio generalizzare e dare giudizi su chi è partito o su chi è rimasto: ciascuno ha avuto destini diversi. Tuttavia è impossibile non chiedersi come si è comportato davanti alle carneficine chi ha deciso di non lasciare la Bosnia».

La cinematografia di Žbanić, scarna ed essenziale, sembra restituire una Bosnia dal futuro monco, in cui crescono distorti i figli degli stupri etnici (lo straziante e bellissimo Il segreto di Esma, Orso d’oro a Berlino nel 2006), in cui chi ha visto troppo è tentato dall’aspetto estremistico della religione (Il sentiero, 2010) e in cui si tenta di cancellare la memoria For those… «I film non sono la vita reale e le mie opere sono solo un brandello di uno spettro molto colorato. La memoria è un problema comune dei Balcani. Ancora non sappiamo come affrontarlo. E l’estremismo religioso è un'altra grande questione, che riguarda però tutta l’Europa. Ma abbiamo radici secolari e ci sono molte ragioni per essere ottimisti». Forse per la prospettiva di entrare nell’Unione europea: «Non ne sono sicura. L'Europa è in un periodo molto critico e vi sono delle aree abitate da una destra pericolosa in Grecia, Ungheria e Francia, che mi preoccupa perché l’Unione sta diventando sempre più conservatrice, chiusa, razzista e fascista». Sicuramente Sarajevo è stato l’ombelico di quell’Europa, quando il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip sparò a Francesco Ferdinando, innescando una guerra di cui quest’anno sono iniziate le celebrazioni del centenario. «Se le cerimonie spiegano che i conflitti non sono mai una soluzione, che non portano a niente di buono, salvo che sofferenza, allora celebriamo il più possibile». Intanto Žbanić fa la sua parte a suon di cinema: grazie a Il segreto di Esma il governo bosniaco ha approvato un programma di assistenza finanziaria alle vittime degli stupri etnici. Dopo For those Clancy ha corretto la guida e l’albergo di Vilina Vlas non è solo un magnifico luogo dove essere rapiti dal panorama. E’ solo un inizio.