Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Cannes: finale coerente per un grande festival

I premi che hanno chiuso la 66esima edizione del festival del cinema di Cannes sono stati all'altezza del suo eccezionale cartellone. Tanti e belli i film della rassegna più importante del mondo (va detto) e la giuria capitanata da Steven Spielberg ha cercato di essere equa, magari dimenticando alcuni buoni film, ma mettendo in risalto altri che si erano distinti per doti di narrazione e di coraggio. Ecco qualche considerazione

The winners © AFP

La Palma d'oro va meritatamente ad Abdellatif KECHICHE  per il suo LA VIE D’ADÈLE – CHAPITRE 1 & 2. Il regista franco tunisino è riuscito a ritrovare l’armonia che ci aveva conquistati a Venezia con “Cous cous” nel 2007, con cui aveva ottenuto il premio speciale della Giuria e il Leone d’argento. Kechiche allora aveva accolto la notizia del riconoscimento con un commento piuttosto acido e aveva lasciato il Lido malmostoso, convinto, non a torto, che la statuetta più importante fosse ingiustamente andata a “Lust, caution” di Ang Lee. Nonostante tutto era tornato a Venezia con “Venus noir” nel 2010, ma aveva deluso il pubblico per il malcelato puntiglio con cui cercava di rendere indigesta una pur orribile storia di razzismo, così minuziosamente descritta da apparire pleonastica e in alcuni punti noiosa. Ora con “La vie d’Adèle” sembra aver ritrovato l’equilibrio descrittivo, tanto che tre ore di film, che indagano la traversie sentimentali di Adèle e un suo importante legame omosessuale, passano in un soffio. In più, è importante il messaggio dell’opera, che sconfessa la leggenda secondo cui i rapporti omosessuali sarebbero fragili e transitori. La pellicola spiega bene come gli amori omosessuali attraversino le stesse burrasche e le stesse vette di felicità dei rapporti eterosessuali.

 

Grand Prix INS IDE LLEWYN DAVIS by Ethan COEN and Joel COEN

Meritatissimo: un film dei fratelli Coen per nulla minore, come si aspettava parte della critica. Oscar Isaac interpreta magistralmente la parte del loser (avrebbe meritato un premio per sé) in un affresco del Village alla fine degli anni Cinquanta e della musica Folk, prima della avvento di Bob Dylan. Il solito umorismo corrosivo, ottime interpretazioni (soprattutto la mimica facciale), un uso coraggiosissimo della musica: le canzoni vengono fatte sentire per intero, per lunghi, piacevoli minuti. Il film inizia proprio con un motivo e la critica si è così emozionata che lo ha applaudito come si trattasse di un live.

 

 

Il premio per la regia va Amat ESCALANTE per HELI . In molti hanno ritenuto ingiustificato questo premio. Io sono controcorrente. Il ritratto disperante di un Messico che non si può salvare perché lo Stato e la polizia sono collusi con la malavita mi ha tenuta inchiodata per giorni a pensare a questa pellicola, e questo di solito è il mio termometro per valutare un buon film. Amat Escalante assieme all’amico Carlos Reygadas (che ha messo lo zampino nel film) sono gli esponenti della nuova corrente del cinema messicano. Non a caso Cannes aveva dato lo stesso riconoscimento l’anno scorso a Reygadas per “Post tenebras lux”

 

Il premio della giuria va SOSHITE CHICHI NI NARU (Like Father, Like Son / Tel Père, Tel Fils) di KORE-EDA Hirokazu . Amara (e ben girata) commedia su due neonati scambiati in culla, simile per argomento a Il figlio dell'altra di Lorraine Lévy, solo che al conflitto israelo-palestinese si sostituisce il divario tra classi sociali in un Giappone dove il modello educativo fallace è quello dei ricchi.

 

La miglior interpretazione femminile a

 

Il premio per la sceneggiatura va a JIA Zhangke per TIAN ZHU DING (A Touch Of Sin)

Jia Zhang-ke, autore di culto, sodale di Takeshi Kitano, collezionatore di premi nelle più importanti rassegne cinematografiche (non ultimo il Leone d'oro nel 2006 con Still life). L'autore ci regala uno spaccato dello sbandamento nella Cina postcomunista, che prende le misure con il consumismo attraverso storie di devianza, collegate tra loro tramite un personaggio comune. Alcune vicende sono più caricaturali, altre più riuscite, ma vale la visione di una meravigliosa fotografia di un pubblico che assiste a uno spettacolo teatrale, un Quarto Stato in versione orientale indelebile.

 

Il premio per la migliore interpretazione femminile a

Bérénice BEJO per LE PASSÉ (The Past) di Asghar FARHADI

Finalmente un riconoscimento alla bravissima attrice di "The artist", film premiato nel 2011 a Cannes solo per l'interpretazione di Jean Dujardin. Per quel ruolo l'attrice argentina, naturalizzata francese, aveva ottenuto solo un César in patria. Bejò regge magnificamente una parte estremamente difficile di una donna che inizialmente sembra essere colpevole dell'instabilità di una famiglia segnata dalle separazioni. Ma la complicata trama farà emergere quanto sia ottima la recitazione della Bejò

 

Il premio per la migliore interpretazione maschile va  Bruce DERN in NEBRASKA by Alexander PAYNE